L’Afghanistan detiene due dei records mondiali piu’ significativi della nostra epoca. La provincia di Helmand, nel sud del Paese attualmente in mano ai Taliban, sta per diventare il primo produttore di oppio al mondo (92% dell’eroina mondiale). Vi si coltiva dunque piu’ droga che in Colombia e nel Myanmar (1).
Un’altra provincia piu’ a nord del Paee, che al tempo faceva parte del feudo di Massud, provincia leders del commercio delle droghe all’epoca dei Taliban, una quindicina di anni addietro, detiene un record ancora piu’ sciagurato e molto piu’ sconosciuto. Parliamo della regione di Badakhstan che registra 6.500 morti materne ogni 100.000 nascite, la cifra piu’ alta al mondo. Se si pensa che secondo le statistiche piu’ recenti dell’OMS (2), dell’Unicef e dell’UNPFA, il tasso di mortalita’ materna del resto dell’Afghanistan, il secondo a livello mondiale dopo quello di Sierra Leone, e’ di 1.800 morti ogni 100.000 nascite, allora si capisce bene la drammaticita’ delle situazioni di cui stiamo parlando.
Il settantacinque per cento (75%) dei nuovi nati che sopravvivono muoiono a loro volta per mancanza di cibo, di calore e di cure. In media, una donna incinta ha una possibilita’ su otto di morire (3), di solito per cause evitabili, e verosimilmente piu’ della meta’ dei decessi riguarda donne che non hanno ancora compiuto sedici anni. Non si capisce perche’ questi scomparse non siano registrate: restano invisibili come invisibili erano queste donne in vita.
Le statistiche sono comunque inferiori alla realta’. Aggiungiamo che mentre la mortalita’ infantile nel Paese e’ talmente drammatica da indurre lo Stato a prenderla in considerazione, della mortalita’ materna non si cura nessuno.
I media, le agenzie umanitarie e i discorsi ufficiali accusano i taliban di tutto cio’ che va male, ma sono sette anni che essi non sono piu’ al potere e ne’ la mortalita’ materna, ne’ l’indifferenza verso le donne sono diminuite, anzi.
Che succede? Succede che a Kabul ed a Herat si vedono dappertutto telefoni cellulari, si vende ad ogni angolo un beveraggio chiamato Afghan Cola (lo beve lo stesso presidente), qua’ e la’ ci sono macchinette che distribuiscono dollari e afghani, sfilano 4x4, alberghi a cinque stelle, banche private luccicanti, condomini con l’aria condizionata, persino un campo da golf, in breve tutto il packaging della ricostruzione all’americana... Mentre alle spalle, lavorano a pieno ritmo i laboratori di oppio istallati da due anni nell’interno del paese, vera molla finanziaria di questo Afghanistan, che controlla la quasi totalita’ non solo della produzione ma anche del commercio dell’eroina del pianeta. In questo paese dalla miseria estrema circolano senza dubbio le somme di denaro piu’ vertiginose della terra. Ma non un solo centesimo, non un solo afghano di questa manna va a profitto del popolo.
Una ricchezza incommensurabile fiancheggia la piu’ sordida delle poverta’, separata da una muraglia tanto opaca quanto resistente.
A dispetto dei milioni profusi in Afghanistan, e dell’importanza dei programmi umanitari sviluppati, dalla costruzione di strutture sanitarie alla formazione di levatrici e personale paramedico, i numeri della mortalita’ materna sono cambiati di poco, molto poco. Se si escludono le nascite nei grandi centri urbani, in particolare a Kabul, dove costituiscono comunque una piccola parte del numero totale, la formazione di personale qualificato non ha dato i risultati previsti. Mi ha detto un medico: “Una levatrice qualificata preferisce essere disoccupata a Kabul che impegnata in un villaggio sperduto.”. Ma il punto e’ che la maggior parte dell’Afghanistan e’ composta da “villaggi sperduti”. Cosi’, e’ la regione di Badakhstan dove il piu’ vicino villaggio si trova ad un giorno di cammino attraverso le montagne.
Si finisce per domandarsi perche’ ne’ il Governo afghano ne’ le agenzie umanitarie abbiano mai fatto di questo flagello la loro priorita’ numero Uno. In piu’, nessuna agenzia governativa e non governativa ha mai tentato di elaborare una politica di sensibilizzazione pubblica attraverso i media e le istituzioni sanitarie e scolastiche. Indifferenza davvero criminale. E’ vero che qualche scandalo per distrazione di fondi umanitari e’ scoppiato, ma i caid afghani che dirigono il traffico della droga non sono stati mai chiamati in causa. E poiche’ una parte di loro dirige questo Paese (si fa per dire), e’ chiaro che profittano dell’immunita’ che il ruolo elevato gli conferisce.
Al cuore della mortalita materna c’e’ la discriminazione di genere. Comincia alla nascita. La ragione, spesso dimenticata, e’ semplice. Un maschio e’ destinato a sostenere i suoi genitori e i suoi familiari per tutta la vita. Rappresenta dunque un’investimento di lunga durata, mentre una femmina andra’ via da casa alla puberta’, se non prima. Secondo un proverbio popolare afghano, non serve a niente ingrassare la proprieta’ altrui. Solo il lavoro, sia per gli uomini che per le donne, con una pensione assicurata ad entrambi potrebbe cambiare le cose. Obiettivo pressocche’ impossibile da mettere in campo perche’ la nozione stessa di Stato in Afghanistan e’ praticamente inesistente. Lo stesso e’ avvenuto in larghe aree del Mediterraneo, e se ne vedono ancora oggi le conseguenze.
Una lettura delle statistiche piu’ recenti dell’OMS indica che la mortalita’ materna rappresenta la prima causa odierna di morte nel Paese, supoeriore ad ogni altra. I rapporti fanno allusione alle pratiche culturali tradizionali, senza pero’ elaborarle, eppure e’ qui che va situata l’asse per la migliore comprensione della problematica. La mortalita’ materna si intreccia con la situazione economica disastrosa, la siccita’ cronica, la tosicomania in crescita, l’arrivo massiccio e incontrollato di medicine mal somministrate.
La mancata presa in conto della realta’ sociale (il segreto, l’onore familiare, l’accettazione della violenza da parte di tutti/tutte, la superiorita’ maschile), non permette la raccolta di dati secondo criteri unicamente numerici.
Prendiamo due esempi, il primo: quello dei parti precoci che non sono repertoriati dalle statistiche, il seondo: il problema dell’ineguaglianza alimentare.
Nelle comparazioni dei tassi di mortalita’ per sesso, le cifre rilevate in tutte le statistiche ufficiali sono falsate: queste statistiche coprono infatti il periodo che va da quindici anni a sessanta, non prendono in considerazione le ragazze dai dodici ai quindici anni, una percentuale non indifferente. Secondo il Ministero degli Affari femminili a Kabul e alcune Ong tra cui il Rapporto di Medica Mondiale 2004, piu’ del 60% dei matrimoni hanno invece luogo prima dell’eta’ minima di 16 anni; le unioni possono essere siglate dal padre o dal nonno, e non essere registrate.(4)
Inoltre, un numero crescente di matrimoni vengono decisi per regolare contenziosi tra le famiglie: molto spesso si tratta di debiti contratti dai coltivatori di papavero. Si tratta frequentemente di matrimoni che riguardano le ragazze piu’ giovani: su 500 matrimoni repertoriati in questa categoria nel corso di un’inchiesta, secondo l’Afghan Human Rigth Commission (AIHRC), il 90% delle ragazze aveva meno di 14 anni (5). I matrimoni sono generalmente consumati, che le ragazze sia puberi o meno non importa. Questo modo di risolvere i contenziosi si inscrive nel sistema antico di scambio sociale denominato “Badal”, cosa che conferisce una legittimazione fraudolenta a coloro che vi fanno ricorso, anche se in generale la societa’ non approva queste unioni. Ogni afghano conosce almeno un caso del genere ma si guarda bene dal parlarne, e i media non vi fanno mai cenno.
Nella societa’ afghana, l’ineguaglianza di trattamento tra maschi e femmine inizia gia’ alla nascita. Il maschio, sempre preferito perche’ da’ uno status alla nuova mamma in seno alla famiglia del marito, e’ meglio nutrito, vezzeggiato e curato. All’ospedale francese per bambini di di Kabul, i pazienti sono soprattutto maschietti. E’ a loro che si riserva la carne, i cibi migliori, mentre le femminucce devono contentarsi dei resti.
A questo si aggiunge cio’ che resta della tradizione ayurvedica che stabilisce gli alimenti “caldi” e “freddi” appropriati per ciascun sesso, cosa che si traduce per le bambine e le ragazze in enormi carenze di proteine e di calcio. In piu’, durante la gravidanza, le donne non mangiano molto e adattano i cibi al sesso del nascituro maschio che sperano di aver concepito. Questi dati verificabili in quasi tutte le comunita’ rurali non sono mai stati documentati in relazione al numero dei parti difficili, spesso mortali.
I due esempi sopradescritti riassumono la gamma dei problemi da studiare e da affrontare. In generale, il personale occidentale delle agenzie umanitarie non ne e’ mai completamente consapevole, giacche’ esse appartengono a quei non-detti che invece tutto il personale afghano conosce tcitamente, e perfettamente. Ho potuto constatarlo a Kabul durante numerosi incontri in diverse strutture sanitarie. I responsabili occidentali spalancavano gli occhi mentre gli spiegavo le ie conclusioni, gli afghani alle loro spelle assentivano con un cenno della testa. Questa ritrosia a parlarne si puo’ spiegare in tanti modi: temevano di non sembrare sufficientemente moderni oppure, peggio ancora, di tradire i loro? C’e’ una facciata da presentare agli Occidentali, e una distanza salutare da mantenere.
E’ evidente che la soluzione non e’ (unicamente) costruire ospedali e centri sanitari. Molto spesso, le donne non hanno il permesso del marito e della suocera per andarvi. Essere visitate da un medico straniero e’ perceputo come un disonore per la famiglia, per cui anche la morte della partoriente sembra una soluzione piu’ onorevole. Le cliniche che curano donne e bambini tossicomani incontrano gli stessi problemi: gli uomini temono che li si riconosca e di conseguenza si metta in causa la rispettabilita’ della famiglia. Tanto vale continuare a drogarsi a casa, ne’ visti, ne conosciuti…(6).
Trenta anni di guerra hanno aumentato la miseria dell’Afghanistan (non per tutti, visto l’affaire del commercio dell’eroina), e il raffozamento dell’Islam politico, alleato a pratiche pashtun tribali, restringe ancora di piu’ lo statuto gia’ stretto delle donne.
Non si puo’ ridurre la situazione al ritorno di un’improbabile MedioEvo, come i media popolari vorrebro farci credere. Siamo piuttosto di fronte al risultato paradosale di una modernita’ firtemente reazionaria, non al ritorno al passato ne’ all’espressione di una cultura statica. Viviamo in un’era che incoraggia allo stesso tempo tutte le forme di fondamentalismo religioso (musulmano, cristiano, induista, ebraico…), e di capitalismo selvaggjo, sullo fondo della crescita di una destra becera quasi-univerale. Modernita’ non e’ piu’ sinonimo di progresso sociale e di diritti umani, i valori laici ed egualitari cedono, giorno dopo giorno, assediati da tutti i lati.
Mi sono azzardata su un terreno minato, lo so bene. Vado senza dubbio ad attirarmi addosso i fulmini di quelli che mi accuseranno di fare dell’anti-islamismo pret-a’porter. Come reazione, giustamente, alle discriminazioni anti-musulmane negli Stati Uniti dopo il crollo delle Torri Gemelle, sono apparse numerose opere critiche verso chi mette in discussione pratiche appartenenti a Paesi che rivendicano, tra l’altro, il primato dell’Islam.
Lila Abu-Lighod, in un saggio celebre, ha posto la questione: « Do Muslim women need saving ? ». Le donne musulmane hanno bisogno di essere salvate? ( da noi, femministe non-musulmane, s’intende). Certo, non si puo’ che convenire con lei, davanti all’importanza delle diversita’ e del diritto all’ alternativa, nei confronti del problematico modello europeo stereotipato onnipresente.
Tuttavia, io rifiuto di concedere la minima tolleranza a cio’ che e’ minimamente inaccettabile, dovunque esso avvenga, e chiunque ne siaq protagonista in negativo. Lo penso per noi, le femministe, come per le benpensanti e anche per le femministe islamiche.
La diversita’ autorizza morti cosi’ brutali come quelle che colpiscono le donne afghane, violenze cosi’ insensate contro le bambine, semplicemente perche’ una pretesa tradizione culturale o religiosa concede i loro corpi infantili ad un’unione sessuale?
Il rispetto dello spazio privato e il rifiuto di un’offerta occidentale giudicata neo-coloniale puo’ legittimare il divieto di accedere all’aiuto medico durante un parto?
Quello stesso mondo che si e’ scagliato contro i Taliban, oggi tace sulla catastrofica mortalita’ materna. E’ venuto il tempo di metterla al centro delle nostre preoccupazioni, perche’ a poco a poco sara’ il diritto alla salute di “tutte” le donne (e non solo quello delle madri) ad essere minacciato, a profitto di un’economia liberale selvaggia e divoratrice. Oggi a Kabul, e domani da noi…
A quando uno sguardo critico femminista sulle pratiche di salute a casa nostra? Lo faremo quando sara’ troppo tardi?
Note
1. UN World Drugs Report, 2007.
2. WHO : core health indicators.
3. UNICEF : Rapport sur l’action humanitaire 2008.
4. www.medicamondiale.org.
5. Cité par IRIN, UN, Office for the Coordination of Humanitarian Affairs AFGHANISTAN : "Child marriage still widespread", 13 juillet 2005.
6. Sara A. Carter (Contact), "World : Opium grips Afghanistan", Sunday, August 10, 2008, The Washington Times.

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