Postato alle 20:49 di giovedì, 13 novembre 2008

Vi incollo una notizia che appena letta mi si è accapponatala pelle. Donne usate come fabbriche da figli, rinchiuse e violentate secondo tradizioni millenarie che schiavizzano e mercificano le donne sessualmente nel sesso forzato ad uso contenitore per figli o per denaro.

Da TGCom:

DaTGCom 

Una vera e propria "fabbrica bambini" è stata scoperta in Nigeria. In un edificio di Enugu, nell'est del Paese, giovani donne erano state rinchiuse per dare alla luce i propri figli. Le ragazze venivano attirate nello stabile da un medico che prometteva loro un aborto. Invece le rinchiudeva e le violentava fino al giorno del parto. I bimbi poi venivano sottratti alle madri per 135 euro e messi in vendita a 2mila euro. Gli agenti hanno liberato 20 donne.
Per le organizzazioni locali che si battono contro il traffico di essere umani, la pratica non è rara in Nigeria, il Paese che conta il più alto numero di abitanti del continente africano, pari a 140 milioni. Secondo la polizia, il medico "invitava" anche nell'edificio giovani uomini "per ingravidare le ragazze". In alcuni casi, i bambini venivano dati alla luce per avere più manodopera o farli prostituire.
Stando alla ricostruzione fornita dalle organizzazioni di quella che è stata definita la più vasta operazione di polizia contro una rete di trafficanti di bambini, il medico responsabile della clinica di Enugu attirava giovani donne che portavano avanti gravidanze non desiderate, proponendo loro di aiutarle ad abortire. Le adolescenti venivano invece rinchiuse fino al giorno del parto, quindi costrette a separarsi dal proprio bambino in cambio di circa 20.000 naira (135 euro).
I bambini veniva poi venduti, generalmente a nigeriani, per una cifra che oscilla tra i 300.000 e i 450.000 naira (2.000-3.000 euro). "Appena entrata, mi hanno fatto un'iniezione e sono svenuta - ha raccontato alla France Presse una delle 20 donne liberate - quando ho ripreso conoscenza, mi sono resa conto che ero stata violentata". La ragazza, 18 anni, è stata quindi rinchiusa con altre 19 donne. Il medico l'ha violentata di nuovo il giorno dopo, una settimana prima dell'intervento della polizia.
Non esistono dati precisi sulle "fabbriche dei bambini", come sono state ribattezzate dalla stampa nazionale, e sul numero di neonati destinati ogni anno alla vendita, ma secondo gli attivisti si tratta di un'attività molto diffusa, gestita da organizzazioni molto strutturate. "Pensiamo siano più grandi di quanto sappiamo", dice Ijeoma Okoronkwo, direttore regionale dell'Agenzia nazionale per il bando del traffico di esseri umani.
Le strutture simili alla clinica di Enugu scoperte finora nel Paese sono almeno una decina. "Tutto questo esiste da tempo, ma noi ne siamo al corrente solo dal dicembre 2006, quando una ong ha lanciato l'allarme e ci ha segnalato che i bambini venivano venduti e che vi erano coinvolti gli ospedali", ha aggiunto.
In alcuni casi, giovani donne molto povere ricorrono di propria volontà a questa pratica per avere denaro. Nella clinica di Enugu, "abbiamo trovato quattro donne che erano lì da tre anni, per fare figli", ha detto il responsabile locale per la sicurezza, Desmond Agu.
Nella società nigeriana la sterilità di una donna sposata è un fardello. "Nella società Igbo (etnia del sud-est), il prezzo da pagare quando non si hanno bambini è alto", evidenzia Peter Egbigbo, psicologo clinico, ma la gente "è pronta a pagare non importa quale somma per un bambino", di cui poi nascondono a tutti l'origine. "Molta gente non sa neppure che quel che fa è contro la legge - sottolinea Okoronkwo, dell'agenzia nazionale - credono si tratti di un'adozione". Secondo l'Unicef, sono almeno dieci i bambini che vengono venduti ogni giorno in Nigeria.

Postato alle 18:33 di lunedì, 04 agosto 2008

LAMPEDUSA - Subiscono violenze sessuali le donne che affrontano i viaggi "della speranza" che dai paesi del Corno d'Africa di cui sono originarie, fuggono per approdare in Italia. E' un tragitto costellato di abusi da parte degli uomini che gestiscono la tratta di esseri umani e organizzano le traversate, prima via terra, nel deserto del Sudan, poi nel Canale di Sicilia a bordo di imbarcazioni di fortuna.

A Lampedusa, secondo quanto è stato confermato all'ANSA, negli ultimi due anni l'80% delle donne sbarcate sono state vittime di violenze sessuali e alcune volte sono anche rimaste incinta. "Una notte sono arrivati due uomini nella casa abbandonata al confine fra la Libia e la Tunisia in cui ci avevano fatto sistemare in attesa di partire per il mare. Eravamo una quarantina e queste persone che indossavano una divisa mi hanno preso e portata via con la forza. Sono stata condotta in una casa disabitata dove hanno iniziato a violentarmi". E' il racconto che Blessing, una ragazza di 18 anni, eritrea, fa nel Centro di prima accoglienza di Lampedusa.

"Quando mi hanno liberata e sono tornata nel gruppo - spiega Blessing - sono stata accolta da altre due donne che mi hanno stretta fra le loro braccia e con l'espressione del volto mi hanno fatto capire che anche loro avevano subito la mia stessa sorte". Ed è per questo motivo che gran parte delle donne che arrivano sull'isola sono costrette a ricorrere alle visite mediche al poliambulatorio di Lampedusa, dove vengono riscontrate, anche su ragazze di 15 e 16 anni, violenze sessuali con lacerazioni evidenti. Il lungo e faticoso viaggio per raggiungere la costa libica lo racconta Fatia, una diciassettenne somala, anche lei vittima di abusi.

"Siamo partiti dal mio paese a piedi - ricorda la ragazza - eravamo un gruppo di cinquanta persone. Abbiamo attraversato il deserto del Sudan. E proprio qui, gli uomini che guidavano la spedizione, ci hanno chiesto di avere altre somme di denaro per proseguire il viaggio, che già avevamo pagato anticipatamente, altrimenti dicevano che ci avrebbero lasciato morire nel deserto. Alcuni di noi avevano da parte qualcosa e abbiamo pagato, altri non hanno potuto, e qualche donna che non aveva somme di denaro è stata violentata, pur di poter proseguire il viaggio".

Le vittime di queste atrocità parlano di violenze di gruppo subite anche per giorni e giorni durante i tragitti o in attesa di essere imbarcate sulla prima "carretta" del mare. Nessuna di queste ragazze vuole però denunciare per paura di ritorsioni che possono subire i familiari rimasti nel paese d'origine. Ma a volte le lacerazioni sono evidenti, com'é accaduto pochi mesi fa, a un'altra ragazzina somala violentata utilizzando una bottiglia di vetro che si era rotta provocandole tagli.

Dunque, non tutte le donne violentate parlano. Qualcuna vuole annullare dalla propria mente quei brutti ricordi, ma non può farlo perché porta in grembo il frutto di quella violenza e allora sceglie di sfogarsi confidandosi con medici e volontari del centro. Un modo per tentare di dimenticare. E quando queste donne non lo fanno, a volte sono i mariti che si rivolgono alle volontarie per chiedere aiuto. E in questi casi sono loro, gli uomini, che raccontano quelle drammatiche scene che "persone in divisa", in Libia, hanno fatto sotto i loro occhi.

foto da universo femminile

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