Postato alle 20:26 di giovedì, 13 novembre 2008

Ogni tre giorni, in Italia, una donna viene uccisa dall'uomo che diceva di amarla: solo nel 2007 le vittime sono state 122.

Il più delle volte l'assassino aveva le chiavi di casa: in 3 casi su 4 era il convivente o il marito.

Lo rilevano gli esperti dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano nel corso della presentazione del libro Riflessioni sulla violenza domestica per il medico di famiglia, secondo cui "nel 40% dei casi il carnefice è mosso da forme patologiche di gelosia e disturbi paranoici. Il 34% dei casi di uxoricidio, invece, è scatenato da liti e conflittualità elevata".

Così quattro donne su dieci sono vittime di un'arma da taglio, mentre tre su dieci sono colpite da armi da fuoco.

Non è dunque un caso che proprio a Milano, dove lavora quasi il 60% delle donne, si abbia un elevato numero di uxoricidi: "dal 2000 al 2006", specifica Alessandra Bramante, psicologa e criminologa, "si sono registrate 48 vittime. Un numero molto elevato, se si considera che in tutta la Lombardia sono state 99".

Anche la metropoli gioca un ruolo importante, secondo Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di Psichiatria, "perchè acuisce le tensioni e diminuisce la capacità della famiglia di ammortizzare le situazioni estreme"

http://www.esseredonnaoggi.it/donna/violenza-sulle-donne-ogni-tre-giorni-una-donna-uccisa

Postato alle 13:27 di mercoledì, 05 novembre 2008

Da Kila

108 casi nel 2007. Una ricerca sul femminicidio sulla stampa italiana nel 2007 mostra ancora una volta che l’uccisione di donne avviene soprattutto per mano di familiari e partner, per motivi arcaici o sessisti, e che i media amplificano o minimizzano i casi in base all’etnia e al sex appeal della vittima.

Image
Andrea Dworkin, femminista americana, ha usato il termine gynocide per descrivere la violenza sistematica perpetrata, fino a provocarne la morte, dal genere maschile su quello femminile. Daniela Danna scrive che la rigida separazione tra i sessi con la prescrizione della subordinazione del sesso femminile a quello maschile è la radice della violenza che l’autrice chiama ginocida. Barbara Spinelli ed i Giuristi Democratici riportano gli esiti di una ricerca pubblicata da The Economist il 24/11/2007, in cui si parla di Olocausto ciclico, intendendo sottolineare come ogni quattro anni il numero di omicidi di donne per motivi di genere è equivalente a quello delle vittime dell’Olocausto.
Tali espressioni sembrano descrivere perfettamente ciò che il 2007, e purtroppo anche gli anni prima di questo, hanno significato per le donne italiane: una vera e propria mattanza. I numeri parlano da soli: 107 donne uccise nel 2007, 19 nel gennaio 2008 per un totale di 126 femminicidi commessi, di cui 6 duplici omicidi.
Tuttavia l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica su questi fatti è assai mutevole. I casi che fanno audience, eclatanti, capaci di catturare l’attenzione del pubblico, vengono riportati, trasmessi, analizzati da telegiornali e talk show fino alla nausea , diventando puri eventi mediatici. Come riporta S. J. Grana, i femminicidi sono ignorati o sensazionalizzati a seconda della razza, classe e capacità di attrarre della vittima. Il senso dell’omicidio, del fatto che una donna, una ragazza, sia stata uccisa perde di senso, valore e misura. E poi sono tanti, troppi i casi di omicidi di donne che passano inosservati, o quasi, perché extracomunitarie o prostitute. All’opposto, i casi di donne italiane uccise da un extracomunitario hanno ben maggiore evidenza. Così nel senso comune passa un messaggio inverso rispetto alla realtà: è infatti molto più frequente che un uomo italiano uccida una donna straniera che il caso opposto.
Proprio per ovviare alla mancanza o distorsione dei dati, la Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna ha affidato a Sonia Giari uno studio sul femminicidio, basato sugli articoli pubblicati sulla stampa italiana nell’anno 2007, che è stato diffuso in questi giorni con il titolo significativo La mattanza.

Lo studio elenca puntualmente tutti i casi di uccisione di donne dagli undici anni in su per motivi misogini o sessisti, quindi con esclusione dei delitti con movente mafioso o a scopo di rapina, includendo invece quelli commessi dai partner o dagli ex, da parenti, amici, conoscenti, vicini di casa, e quelli in cui l’omicida era un cliente, nel caso di prostitute, ma anche di attività commerciali in cui l’omicidio è scaturito a seguito di una lite.
L’analisi dei casi conferma quello che si conosce ma che i media spesso nascondono all’opinione pubblica. Il 35% degli assassini (o presunti tali, dato che si tratta di indagini o processi non ancora conclusi) è il legittimo consorte della donna uccisa, mentre nel 15% dei casi è un ex (marito o fidanzato). Complessivamente i tre quarti delle donne sono uccise da un familiare (comprendendo in questa categoria anche fidanzati o conviventi). Tutti uccidono per i motivi arcaici di sempre: il 25% in seguito a una lite, il 16% perché non accetta la separazione, l’8% per gelosia. Solo un femminicidio su otto in Italia, circa uno al mese, è commesso da sconosciuti.
Le vittime straniere sono il 28%, ma ben una donna uccisa su dieci è di nazionalità romena. Tra gli assassini, il 70% è italiano e il 16% è straniero (il restante 13% è sconosciuto).
Rispetto all’analoga ricerca condotta l’anno precedente da Cristina Karadole, oltre al leggero aumento dei casi (sette in più) che conferma la tendenza alla stabilità o addirittura alla crescita del fenomeno, si registra qualche variazione rispetto ai moventi: calano gli omicidi dovuti a separazioni ma aumentano quelli dovuti a conflittualità, con familiari o conoscenti, e quelli il cui movente è sconosciuto, che nella maggioranza sono avvenuti in famiglie in cui a detta di tutti non vi erano problemi.
Inoltre nel 2007 vi è stato un significativo aumento degli omicidi di donne affette da malattia, nella maggioranza dei casi anziane allo stadio terminale di malattie come l’Alzheimer, quindi un tema di solitudine, fatica della cura e carenze dei servizi sociali. Non si rilevano mutamenti riguardo alla nazionalità, a riprova, commenta l’autrice, che ogni richiamo allo “straniero che uccide le nostre donne” è puramente fallace, ed ha l’unico scopo di fomentare la massa verso un capro espiatorio rassicurante per la società in quanto non appartenente ad essa, al di fuori di essa”.
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Postato alle 19:20 di mercoledì, 08 ottobre 2008

Farcas Iount, 23 anni, era geloso. Non si sa se aveva motivo. Comunque era incapace di accettare l’idea, perché forse era soltanto un’idea delirante, che la sua fidanzata Elena, di 24 anni, potesse avere o desiderare un’altro. O essere desiderata da un altro. Stessa cosa.

Si stava facendo un’altro? Chissà. Affari suoi. Non è un reato punibile con la morte in Italia. Non è un reato a dire il vero. Ma lei non aveva il diritto, era ormai posseduta e doveva capirlo.

Era soltanto una carina che attirava gli sguardi? Magari che scambiava qualche "ciao, come va?" Punibile, punibile, punibile, perché la donna che attira lo sguardo è colpevole. La sguardo maschile è responsabile quanto una mosca: dove ha sentore di qualcosa di interessante si posa. E’ colpa di chi ha lasciato la marmellata sul davanzale se arrivano le mosche, non delle mosche. E’ colpa di Elena se a 24 anni era carina, non di chi la guardava (e magari soltano guardava, senza altra intenzione, ma quando l’uomo è bestia non è in grado di percepire che l’uomo può anche essere altro).

Ma in ogni caso sono considerazioni ormai inutili, perché il cadavere di Elena, martoriato di calci, botte, tagli e morsi, il cadavere oggetto di furia anche quando l’ultimo respiro aveva abbandonato i polmoni, ora giace in un obitorio, perché nessuna, ma nessuna donna che sta con Farcas Iount deve nemmeno attirare uno sguardo. Questo lo ha deciso lui.

Bastardo.

E’ il nome della frazione dove Elena è stata pestata a morte sola e senza alcuna possibilità di difesa.

Fonte: Sorelle d'Italia

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Postato alle 12:54 di venerdì, 03 ottobre 2008

Oggi, finalmente, una buona notizia: un uomo che ha ucciso l'amante incinta è stato condannato a 27 anni, 24 per l'omicidio della donna e 3 per averle procurato un aborto. Il delitto risale al 2006. Già precedentemente, l'uomo aveva costretto la donna ad abortire e ci era riuscito. Rimasta incinta una seconda volta, però, la giovane ha deciso di affrontarlo perché riconoscesse il bambino. Lui, essendo sposato, non ha voluto sentire ragioni, l'ha uccisa a sprangate e ha gettato il suo corpo in una zona industriale di Trezzano sul Naviglio, nei pressi di Milano.

Il Corriere della Sera riporta che l'uccisione del feto è stata considerata "reato autonomo" non assorbito dall'omicidio della donna, poiché «l’interruzione di gravidanza è stata il movente dell’imputato, determinatosi a terminare due vite (l’una in atto e l’altra in potenza) per conservare intatto il proprio equilibrio familiare e mantenere quella stabilità esistenziale che garantiva una tranquillizzante routine quotidiana».

Questa sentenza rappresenta uno spiraglio per i genitori di Jennifer Zacconi, la ventenne uccisa al nono mese di gravidanza dal padre di suo figlio. Lucio Niero, l'assassino, è stato condannato a 30 anni per il solo omicidio di Jennifer, ma non per aver causato la morte del bambino. La nonna, madre della ragazza, aveva anche scattato una foto straziante al piccolo Hevan (sotto in foto), ormai morto, per mettere i giudici davanti al fatto compiuto: anche la vita di un bambino era stata stroncata! Ma tutto questo, ai tempi, non era servito. Ora, i genitori possono tornare a sperare che anche il loro nipotino, figlio mai nato di Jennifer, possa avere giustizia e gli avvocati hanno già preparato il ricorso in appello.

Benissimo, dico io. Una donna non può abortire per legge dopo il terzo mese, ma un uomo può uccidere una donna incinta al nono mese e i giudici hanno pure la faccia tosta di fingere che il bambino non esista? C'è qualcosa che non va!

Era ora che qualcuno si svegliasse.


Spero con tutto il cuore che il piccolo Hevan possa finalmente avere giustizia.

Questo bellissimo e dolcissimo bimbo è morto per mancanza di ossigeno nel corpo della sua mamma, ma i giudici si sono dimenticati di Lui.

Fonte: Universo femminile

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Postato alle 15:31 di martedì, 30 settembre 2008
Fonte: Women in the city

L’Afghanistan detiene due dei records mondiali piu’ significativi della nostra epoca. La provincia di Helmand, nel sud del Paese attualmente in mano ai Taliban, sta per diventare il primo produttore di oppio al mondo (92% dell’eroina mondiale). Vi si coltiva dunque piu’ droga che in Colombia e nel Myanmar (1).

Un’altra provincia piu’ a nord del Paee, che al tempo faceva parte del feudo di Massud, provincia leders del commercio delle droghe all’epoca dei Taliban, una quindicina di anni addietro, detiene un record ancora piu’ sciagurato e molto piu’ sconosciuto. Parliamo della regione di Badakhstan che registra 6.500 morti materne ogni 100.000 nascite, la cifra piu’ alta al mondo. Se si pensa che secondo le statistiche piu’ recenti dell’OMS (2), dell’Unicef e dell’UNPFA, il tasso di mortalita’ materna del resto dell’Afghanistan, il secondo a livello mondiale dopo quello di Sierra Leone, e’ di 1.800 morti ogni 100.000 nascite, allora si capisce bene la drammaticita’ delle situazioni di cui stiamo parlando.

Il settantacinque per cento (75%) dei nuovi nati che sopravvivono muoiono a loro volta per mancanza di cibo, di calore e di cure. In media, una donna incinta ha una possibilita’ su otto di morire (3), di solito per cause evitabili, e verosimilmente piu’ della meta’ dei decessi riguarda donne che non hanno ancora compiuto sedici anni. Non si capisce perche’ questi scomparse non siano registrate: restano invisibili come invisibili erano queste donne in vita.
Le statistiche sono comunque inferiori alla realta’. Aggiungiamo che mentre la mortalita’ infantile nel Paese e’ talmente drammatica da indurre lo Stato a prenderla in considerazione, della mortalita’ materna non si cura nessuno.

I media, le agenzie umanitarie e i discorsi ufficiali accusano i taliban di tutto cio’ che va male, ma sono sette anni che essi non sono piu’ al potere e ne’ la mortalita’ materna, ne’ l’indifferenza verso le donne sono diminuite, anzi.
Che succede? Succede che a Kabul ed a Herat si vedono dappertutto telefoni cellulari, si vende ad ogni angolo un beveraggio chiamato Afghan Cola (lo beve lo stesso presidente), qua’ e la’ ci sono macchinette che distribuiscono dollari e afghani, sfilano 4x4, alberghi a cinque stelle, banche private luccicanti, condomini con l’aria condizionata, persino un campo da golf, in breve tutto il packaging della ricostruzione all’americana... Mentre alle spalle, lavorano a pieno ritmo i laboratori di oppio istallati da due anni nell’interno del paese, vera molla finanziaria di questo Afghanistan, che controlla la quasi totalita’ non solo della produzione ma anche del commercio dell’eroina del pianeta. In questo paese dalla miseria estrema circolano senza dubbio le somme di denaro piu’ vertiginose della terra. Ma non un solo centesimo, non un solo afghano di questa manna va a profitto del popolo.
Una ricchezza incommensurabile fiancheggia la piu’ sordida delle poverta’, separata da una muraglia tanto opaca quanto resistente.

A dispetto dei milioni profusi in Afghanistan, e dell’importanza dei programmi umanitari sviluppati, dalla costruzione di strutture sanitarie alla formazione di levatrici e personale paramedico, i numeri della mortalita’ materna sono cambiati di poco, molto poco. Se si escludono le nascite nei grandi centri urbani, in particolare a Kabul, dove costituiscono comunque una piccola parte del numero totale, la formazione di personale qualificato non ha dato i risultati previsti. Mi ha detto un medico: “Una levatrice qualificata preferisce essere disoccupata a Kabul che impegnata in un villaggio sperduto.”. Ma il punto e’ che la maggior parte dell’Afghanistan e’ composta da “villaggi sperduti”. Cosi’, e’ la regione di Badakhstan dove il piu’ vicino villaggio si trova ad un giorno di cammino attraverso le montagne.

Si finisce per domandarsi perche’ ne’ il Governo afghano ne’ le agenzie umanitarie abbiano mai fatto di questo flagello la loro priorita’ numero Uno. In piu’, nessuna agenzia governativa e non governativa ha mai tentato di elaborare una politica di sensibilizzazione pubblica attraverso i media e le istituzioni sanitarie e scolastiche. Indifferenza davvero criminale. E’ vero che qualche scandalo per distrazione di fondi umanitari e’ scoppiato, ma i caid afghani che dirigono il traffico della droga non sono stati mai chiamati in causa. E poiche’ una parte di loro dirige questo Paese (si fa per dire), e’ chiaro che profittano dell’immunita’ che il ruolo elevato gli conferisce.

Al cuore della mortalita materna c’e’ la discriminazione di genere. Comincia alla nascita. La ragione, spesso dimenticata, e’ semplice. Un maschio e’ destinato a sostenere i suoi genitori e i suoi familiari per tutta la vita. Rappresenta dunque un’investimento di lunga durata, mentre una femmina andra’ via da casa alla puberta’, se non prima. Secondo un proverbio popolare afghano, non serve a niente ingrassare la proprieta’ altrui. Solo il lavoro, sia per gli uomini che per le donne, con una pensione assicurata ad entrambi potrebbe cambiare le cose. Obiettivo pressocche’ impossibile da mettere in campo perche’ la nozione stessa di Stato in Afghanistan e’ praticamente inesistente. Lo stesso e’ avvenuto in larghe aree del Mediterraneo, e se ne vedono ancora oggi le conseguenze.

Una lettura delle statistiche piu’ recenti dell’OMS indica che la mortalita’ materna rappresenta la prima causa odierna di morte nel Paese, supoeriore ad ogni altra. I rapporti fanno allusione alle pratiche culturali tradizionali, senza pero’ elaborarle, eppure e’ qui che va situata l’asse per la migliore comprensione della problematica. La mortalita’ materna si intreccia con la situazione economica disastrosa, la siccita’ cronica, la tosicomania in crescita, l’arrivo massiccio e incontrollato di medicine mal somministrate.
La mancata presa in conto della realta’ sociale (il segreto, l’onore familiare, l’accettazione della violenza da parte di tutti/tutte, la superiorita’ maschile), non permette la raccolta di dati secondo criteri unicamente numerici.
Prendiamo due esempi, il primo: quello dei parti precoci che non sono repertoriati dalle statistiche, il seondo: il problema dell’ineguaglianza alimentare.

Nelle comparazioni dei tassi di mortalita’ per sesso, le cifre rilevate in tutte le statistiche ufficiali sono falsate: queste statistiche coprono infatti il periodo che va da quindici anni a sessanta, non prendono in considerazione le ragazze dai dodici ai quindici anni, una percentuale non indifferente. Secondo il Ministero degli Affari femminili a Kabul e alcune Ong tra cui il Rapporto di Medica Mondiale 2004, piu’ del 60% dei matrimoni hanno invece luogo prima dell’eta’ minima di 16 anni; le unioni possono essere siglate dal padre o dal nonno, e non essere registrate.(4)

Inoltre, un numero crescente di matrimoni vengono decisi per regolare contenziosi tra le famiglie: molto spesso si tratta di debiti contratti dai coltivatori di papavero. Si tratta frequentemente di matrimoni che riguardano le ragazze piu’ giovani: su 500 matrimoni repertoriati in questa categoria nel corso di un’inchiesta, secondo l’Afghan Human Rigth Commission (AIHRC), il 90% delle ragazze aveva meno di 14 anni (5). I matrimoni sono generalmente consumati, che le ragazze sia puberi o meno non importa. Questo modo di risolvere i contenziosi si inscrive nel sistema antico di scambio sociale denominato “Badal”, cosa che conferisce una legittimazione fraudolenta a coloro che vi fanno ricorso, anche se in generale la societa’ non approva queste unioni. Ogni afghano conosce almeno un caso del genere ma si guarda bene dal parlarne, e i media non vi fanno mai cenno.

Nella societa’ afghana, l’ineguaglianza di trattamento tra maschi e femmine inizia gia’ alla nascita. Il maschio, sempre preferito perche’ da’ uno status alla nuova mamma in seno alla famiglia del marito, e’ meglio nutrito, vezzeggiato e curato. All’ospedale francese per bambini di di Kabul, i pazienti sono soprattutto maschietti. E’ a loro che si riserva la carne, i cibi migliori, mentre le femminucce devono contentarsi dei resti.
A questo si aggiunge cio’ che resta della tradizione ayurvedica che stabilisce gli alimenti “caldi” e “freddi” appropriati per ciascun sesso, cosa che si traduce per le bambine e le ragazze in enormi carenze di proteine e di calcio. In piu’, durante la gravidanza, le donne non mangiano molto e adattano i cibi al sesso del nascituro maschio che sperano di aver concepito. Questi dati verificabili in quasi tutte le comunita’ rurali non sono mai stati documentati in relazione al numero dei parti difficili, spesso mortali.

I due esempi sopradescritti riassumono la gamma dei problemi da studiare e da affrontare. In generale, il personale occidentale delle agenzie umanitarie non ne e’ mai completamente consapevole, giacche’ esse appartengono a quei non-detti che invece tutto il personale afghano conosce tcitamente, e perfettamente. Ho potuto constatarlo a Kabul durante numerosi incontri in diverse strutture sanitarie. I responsabili occidentali spalancavano gli occhi mentre gli spiegavo le ie conclusioni, gli afghani alle loro spelle assentivano con un cenno della testa. Questa ritrosia a parlarne si puo’ spiegare in tanti modi: temevano di non sembrare sufficientemente moderni oppure, peggio ancora, di tradire i loro? C’e’ una facciata da presentare agli Occidentali, e una distanza salutare da mantenere.

E’ evidente che la soluzione non e’ (unicamente) costruire ospedali e centri sanitari. Molto spesso, le donne non hanno il permesso del marito e della suocera per andarvi. Essere visitate da un medico straniero e’ perceputo come un disonore per la famiglia, per cui anche la morte della partoriente sembra una soluzione piu’ onorevole. Le cliniche che curano donne e bambini tossicomani incontrano gli stessi problemi: gli uomini temono che li si riconosca e di conseguenza si metta in causa la rispettabilita’ della famiglia. Tanto vale continuare a drogarsi a casa, ne’ visti, ne conosciuti…(6).

Trenta anni di guerra hanno aumentato la miseria dell’Afghanistan (non per tutti, visto l’affaire del commercio dell’eroina), e il raffozamento dell’Islam politico, alleato a pratiche pashtun tribali, restringe ancora di piu’ lo statuto gia’ stretto delle donne.
Non si puo’ ridurre la situazione al ritorno di un’improbabile MedioEvo, come i media popolari vorrebro farci credere. Siamo piuttosto di fronte al risultato paradosale di una modernita’ firtemente reazionaria, non al ritorno al passato ne’ all’espressione di una cultura statica. Viviamo in un’era che incoraggia allo stesso tempo tutte le forme di fondamentalismo religioso (musulmano, cristiano, induista, ebraico…), e di capitalismo selvaggjo, sullo fondo della crescita di una destra becera quasi-univerale. Modernita’ non e’ piu’ sinonimo di progresso sociale e di diritti umani, i valori laici ed egualitari cedono, giorno dopo giorno, assediati da tutti i lati.

Mi sono azzardata su un terreno minato, lo so bene. Vado senza dubbio ad attirarmi addosso i fulmini di quelli  che mi accuseranno di fare dell’anti-islamismo pret-a’porter. Come reazione, giustamente, alle discriminazioni anti-musulmane negli Stati Uniti dopo il crollo delle Torri Gemelle, sono apparse numerose opere critiche verso chi mette in discussione pratiche appartenenti a Paesi che rivendicano, tra l’altro, il primato dell’Islam.
Lila Abu-Lighod, in un saggio celebre, ha posto la questione: « Do Muslim women need saving ? ». Le donne musulmane hanno bisogno di essere salvate? ( da noi, femministe non-musulmane, s’intende). Certo, non si puo’ che convenire con lei, davanti all’importanza delle diversita’ e del diritto all’ alternativa, nei confronti del problematico modello europeo stereotipato onnipresente.

Tuttavia, io rifiuto di concedere la minima tolleranza a cio’ che e’ minimamente inaccettabile, dovunque esso avvenga, e chiunque ne siaq protagonista in negativo. Lo penso per noi, le femministe, come per le benpensanti e anche per le femministe islamiche.
La diversita’ autorizza morti cosi’ brutali come quelle che colpiscono le donne afghane, violenze cosi’ insensate contro le bambine, semplicemente perche’ una pretesa tradizione culturale o religiosa concede i loro corpi infantili ad un’unione sessuale?
Il rispetto dello spazio privato e il rifiuto di un’offerta occidentale giudicata neo-coloniale puo’ legittimare il divieto di accedere all’aiuto medico durante un parto?

Quello stesso mondo che si e’ scagliato contro i Taliban, oggi tace sulla catastrofica mortalita’ materna. E’ venuto il tempo di metterla al centro delle nostre preoccupazioni, perche’ a poco a poco sara’ il diritto alla salute di “tutte” le donne (e non solo quello delle madri) ad essere minacciato, a profitto di un’economia liberale selvaggia e divoratrice. Oggi a Kabul, e domani da noi…
A quando uno sguardo critico femminista sulle pratiche di salute a casa nostra? Lo faremo quando sara’ troppo tardi?

Note
1. UN World Drugs Report, 2007.
2. WHO : core health indicators.
3. UNICEF : Rapport sur l’action humanitaire 2008.
4. www.medicamondiale.org.
5. Cité par IRIN, UN, Office for the Coordination of Humanitarian Affairs AFGHANISTAN : "Child marriage still widespread", 13 juillet 2005.
6. Sara A. Carter (Contact), "World : Opium grips Afghanistan", Sunday, August 10, 2008, The Washington Times.

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