
«La violenza sulle donne in famiglia? In Italia siamo all’anno zero»
Violenza psicologica da parte di mariti e familiari, subalternità della donna rispetto all’uomo, arretratezza culturale in certe realtà del Sud, impossibilità di definire le prerogative della madre perfetta, contraddizioni della maternità, solitudine sperimentata dalle donne nelle metropoli, infanticidi, madri straniere che tengono alto il nostro tasso di natalità. Di questo e di molto altro abbiamo parlato con la scrittrice e giornalista di “Repubblica”
Firenze, 17 Febbraio 2008
di Antonio Prudenzano
Chi legge gli articoli e i libri di Concita De Gregorio è colpito dalla sua sensibilità. L’empatia con cui si avvicina alle storie e lo stile che adotta per raccontarle non lasciano mai indifferenti. Se poi si ha la fortuna di parlarle, e di un tema che le sta a cuore come la violenza fisica e psicologica di cui troppe donne sono vittime silenziose all’interno delle loro famiglie, si scopre anche il suo lato più passionale. In lei, però, l’indignazione non si lascia mai corrompere dalla rabbia, anche quando sarebbe naturale che accadesse. Merito, probabilmente, dell’equilibrio e della maturità che le tante esperienze accumulate in una vita intensa, non solo a livello lavorativo, ma anche sul versante personale (la De Gregorio è madre di quattro figli) le hanno permesso di raggiungere. «In molte realtà italiane, non solo al Sud, ma anche in certe aree periferiche delle metropoli, la condizione femminile, pur se più emancipata rispetto a mezzo secolo fa, è sottoposta ad una sorta di “vincolo originario”. E’ come se prevalesse ancora la sensazione che il ruolo della donna debba per sempre restare subalterno rispetto all’uomo».
Come spiega la presenza di questo vincolo atavico in un paese avanzato come il nostro?
«La cultura italiana è profondamente influenzata dal Cristianesimo; e nella Bibbia, la donna ha spesso a che fare con la sofferenza. In effetti, se pensiamo alle stesse società contadine, anche in quelle realtà ad avere più dimestichezza con il dolore erano sempre le figure femminili. Consideriamo ad esempio la morte degli anziani o la cura degli ammalati. A chi spettava occuparsene? Alle donne, naturalmente. In generale, sia il venire al mondo (e il parto, anche se la gioia per la nascita del figlio lo fa passare in secondo piano, resta comunque un momento di sofferenza fisica), sia l’uscita dal mondo, sono prerogativa delle donne. E’ una questione culturale».
Non solo le donne vivono ancora questa condizione di subalternità rispetto all’uomo, ma spesso, come dimostrano i dati dell’indagine Istat che approfondiamo nell’inchiesta, esse sono anche vittime di violenze fisiche, sessuali e psicologiche. E gli autori non sono (se non in minima parte) gli extracomunitari come certi media vorrebbero far credere, ma spesso anche mariti, compagni, parenti e conoscenti.
«E’ un dramma che ci riguarda tutti. Un problema quotidiano di cui si fa enorme fatica a parlare. E penso soprattutto alla violenza psicologica. Se ci facciamo caso, nella nostra società tutte le questioni e i disagi legati alla psiche sono considerati residuali, accessori, quasi una sorta di “lusso” rispetto a quelli concreti. Il senso comune ritiene quindi meno grave la stessa violenza psicologica rispetto a quella fisica. Ecco perché, fino a quando non verrà fermata quest’ultima (e in Italia leggi specifiche per reprimere le violenze fisiche ancora non ce ne sono) il problema della violenza psicologica resterà sullo sfondo. Questo non vuol dire che le intimidazioni, le strategia di isolamento, le limitazioni economiche, lo “stalking” o le denigrazioni siano meno gravi rispetto alle botte reali, ma purtroppo sono percepite così da gran parte delle persone. E lo Stato, a sua volta, non legifera né favorisce la diffusione di una maggiore consapevolezza rispetto a questi argomenti. Su questi temi il nostro paese è praticamente all’anno zero».
Perché solo 7 donne su 100 (secondo gli ultimi dati Istat) denunciano le violenze di cui sono vittime da parte dei propri partner?
«Perché si vergognano. E tale vergogna è indotta dallo sguardo esterno di quel “coro-giudice” che di volta in volta pretende di stabilire cosa è giusto e cosa non lo è. Nella vita di una donna le tappe sono praticamente segnate, così come lo stesso percorso emotivo. E l’ineluttabile sofferenza fa parte di questo destino a cui esse non si può sottrarre. Se una donna non è in grado di sopportare questo dolore, la colpa è solo sua. Non riuscire a realizzare la performance di sopportazione socialmente richiesta diventa un problema privato. Tutto poi è aggravato dal fatto che in genere le donne tendono a sentirsi più in colpa per ciò che non va con i figli, i mariti, e in generale con il mondo che le circonda; la stessa violenza subita è percepita come una colpa, e tante donne pensano di meritarsela. La vergogna è dunque un’assurda conseguenza di questo circolo vizioso, così come la paura di possibili giudizi».
E i figli? Come convivono con questo dramma quotidiano?
«L’ho già raccontato nella mia rubrica settimanale su “D-la Repubblica delle donne” qualche mese fa: i bambini cresciuti con un padre violento e una madre inerme, da piccoli tendono a prendere le difese della mamma. Crescendo, però, in certi casi cominciano a comportarsi come il papà; diventano aggressivi e mancano di rispetto nei confronti della madre. E’ quella la sola realtà che hanno conosciuto, dopo tutto, ed è naturale che pensino che si debba fare così. Il maschietto, allora, può ad esempio arrivare a dire: “Stai zitta mamma, che non capisci niente. Non porti nemmeno i soldi a casa”. Era proprio quello che diceva suo padre alla moglie. Sembrava che il bimbo, troppo piccolo, non comprendesse. E invece capiva benissimo. Quindi non resta che la scuola per questi bambini».
Ma solo pochissime strutture scolastiche dispongono di uno psicologo. Può una maestra sostituire tale figura?
«Sì, è vero. In tante realtà, in particolare al Sud, non ci sono psicologi nelle scuole. In altre, come ad esempio a Roma, per fortuna sono presenti. Ma lo psicologo resta comunque una figura esterna, e la bambina o il ragazzino di turno lo percepisce come una figura distante di esperto. Tocca agli insegnanti, con i quali i bambini hanno un rapporto più intenso, fare da “psicologi della quotidianità”. E’ difficile. Ci vogliono tempo, pazienza e capacità d’ascolto. E soprattutto una scuola che insegni e abitui i ragazzi a parlare dei propri problemi e a non avere paura o vergogna».
Può farci qualche esempio di attività preventiva che le scuole propongono agli alunni di cui è a conoscenza?
«Durante la prima adolescenza, i professori delle scuole medie devono confrontarsi con il momento in cui cominciano a manifestarsi le prime orgogliose rivendicazioni di differenza di genere tra maschi e femmine, che spesso si manifestano con episodi violenti. Conosco alcune realtà scolastiche che lavorano molto su questa fase della crescita e, ad esempio, chiedono ai ragazzi di svolgere attività “femminili”, come accudire i bambini più piccoli accompagnandoli in bagno o a mensa; mentre, alle ragazze, danno compiti di maggiore responsabilità, tipicamente “maschili”».
Torniamo al tema della violenza sulle donne in famiglia. Perché i media ne parlano così poco?
«Si tratta di un tema evidentemente impopolare. Non solo nei media, ma anche tra la gente comune. La maggior parte degli uomini non ne vuole sentir parlare, considerando questi discorsi tipici atteggiamenti da vittima delle donne; queste ultime, invece, come spiegato prima, se ne vergognano temendo di essere giudicate. Spesso, poi, non si rendono neppure conto di essere vittime di un reato».
Colpa dell’arretratezza culturale in cui vivono?
«Non si può certo incolparle di essere cresciute in un contesto arretrato culturalmente. Dovrebbe toccare allo Stato spiegare a queste donne che la violenza che subiscono dai propri compagni è un reato penale. In Italia, da questo punto di vista, lo ripeto, siamo molto indietro, anche rispetto ad altri paesi del bacino del Mediterraneo come Spagna e Grecia dove le leggi in materia sono molto più avanzate».
Lei più volte è stata ospite in realtà del Sud per presentare il suo ultimo libro “Una madre lo sa” (Mondadori, 2006). Durante i dibattiti, è mai venuto fuori il problema della violenza in famiglia?
«No, purtroppo mai. Ma mi sembra normale, pensando all’arretratezza e all’assenza di riferimenti culturali, alla mancanza di una rete di assistenza o semplicemente di qualcuno a cui raccontare i propri problemi, con cui spesso queste donne si devono confrontare. Inoltre, la consapevolezza della gravità del fenomeno dovrebbe crescere anche negli stessi uomini, che poi sono gli autori dei reati di cui stiamo parlando».
Visto che lo abbiamo appena citato, passiamo a parlare di “Una madre lo sa-Tutte le ombre dell’amore perfetto”. Nell’introduzione del libro, lei spiega che non è possibile una definizione di “buona madre”, perché ogni donna lo è a modo suo. Può chiarire meglio questo concetto?
«Non credo alle griglie: l’umanità è meravigliosa perché ciascuno è diverso. Ognuno di noi ha un proprio modo di esprimere gli affetti. Non è possibile stabilire una volta per tutte qual è il comportamento corretto per una madre. Le cose cambiano da contesto a contesto, e ci sono vari fattori che influenzano tali dinamiche. Entra in gioco, ad esempio, anche l’educazione che a sua volta la madre ha ricevuto. Provare a stabilire come deve essere una “buona madre” è solo un modo per far sentire manchevole, inadatta e non corrispondente al presunto “modello standard” quella donna. Per cui, se in certi momenti capita di provare dei sentimenti negativi nei confronti della propria creatura, si finisce per vergognarsi di se stessi, mentre si tratta di una situazione assolutamente normale».
Proprio a proposito di quest’ultimo aspetto, i media ci presentano continui casi di infanticidio. In “Una madre lo sa” lei affronta il problema. Naturalmente, la maggior parte delle donne non uccide il proprio figlio, ma spesso, nei momenti più difficili, può arrivare a pensare di farlo. Perché questo argomento in Italia resta ancora oggi un tabù?
«E’ vero, da noi è così. Ma non all’estero. Penso alle società africane e soprattutto a quelle sudamericane, o alla stessa Spagna. Qui, ad esempio, attraverso delle ninne nanne, si tramandano oralmente queste difficoltà tipiche dell’essere madre, esorcizzandole attraverso la parola. Si supera così in modo catartico il peso psicologico di questo dramma assai comune. Sono convinta che l’amore, in questo caso materno, contenga l’odio, così come tutti i sentimenti racchiudano il loro contrario. Di conseguenza, anche l’amore per un figlio può contenere, magari in momenti di forte solitudine e inettitudine, l’odio per la creatura che si è messa al mondo. Non ci si deve scandalizzare di ciò. Fa parte della nostra natura».
Apparentemente questo sembra scontrarsi con il senso comune che prevede esclusivamente l’amore totale e inattaccabile della madre per il proprio figlio.
«A un certo punto del mio libro racconto la storia dell’attrice Brooke Shields, già dall’età di undici mesi costretta dalla madre a fare provini per la pubblicità. Insomma, un destino segnato da “enfant prodige” di Hollywood. Brooke a trentotto anni ha partorito Rowan, una bambina. Ha pianto ininterrottamente dal primo istante in cui gliel’hanno messa in braccio. Ogni notte ha sognato la morte della piccola. Ha desiderato di darla in adozione, ha sfiorato il suicidio. La Shields è entrata in una terribile depressione da cui è uscita grazie ai farmaci e alla pazienza e all’amore del marito e degli amici. Ha poi raccontato la sua storia in un libro che negli Usa è diventato un best seller. Evidentemente, tante donne comuni si sono immedesimate nel suo dolore. Mi viene poi in mente l’intervista della nostra Claudia Gerini a un settimanale, nella quale spiegava che “mettere al mondo un figlio è un trauma, c’è una parte di te che si stacca, rimani con questa pancia molle e sgonfia, vuota. Non hai più la tua identità”. Per queste dichiarazioni, la Gerini è stata messa alla gogna, additata come una madre snaturata, ed è stata alla fine costretta a smentire le sue stesse parole. E invece, andrebbe spiegato che si tratta di sentimenti perfettamente naturali e diffusi».
Prima lei ha parlato di solitudine, riferendosi alla condizione di tante “madri metropolitane”. Crede quindi che per una donna vivere in realtà più piccole sia più semplice, visto che in teoria si hanno a disposizione più familiari intorno a sé, rispetto alle madri “metropolitane”, in genere più sole?
«Nei paesi, nonostante l’arretratezza culturale, una donna ha l’innegabile vantaggio di una rete vera e autentica di persone intorno a sé a cui affidarsi. In città, al contrario, per una madre è davvero dura. Qui in Italia siamo lontanissimi dal modello francese di assistenza post-parto e vigilanza da parte di esperti. Nelle nostre metropoli una madre con un figlio appena nato rischia di sperimentare la solitudine più totale».
E’ forse questa la causa del fatto che in Italia si fanno pochi figli mentre proprio in Francia c’è il tasso di natalità più alto d’Europa?
«Non credo sia questo il motivo principale. Se in Italia nascono pochi bambini è perché i problemi economici sono spesso insormontabili; inoltre, non può essere dimenticata la tendenza a fare il primo figlio in età già avanzata».
Le madri straniere sono una risorsa per il nostro paese. Non solo è grazie a loro che l’indice di natalità non crolla del tutto, ma spesso queste donne, con il coraggio dimostrato nello sfidare le sofferenze, possono rappresentare uno stimolo per tante madri italiane depresse e deboli. Condivide questa analisi?
«Le madri straniere somigliano alle donne italiane di cinquanta anni fa. Hanno quella stessa dedizione e quello stesso coraggio delle nonne dei nostri figli. Ecco perché sono di certo uno esempio per noi italiane di oggi. E allo stesso tempo, sono anche uno stimolo all’integrazione. Infatti, imparare a convivere con donne portatrici di una cultura molto diversa dalla nostra attuale, ma allo stesso tempo simile a quella delle italiane di mezzo secolo fa, ci può restituire qualcosa che abbiamo perso. Mi riferisco, ad esempio, alla dedizione spesso totale alla famiglia, o alla priorità data alle questioni casalinghe. Ci mette in pratica di fronte a ciò da cui noi donne italiane del terzo millennio ci siamo emancipate con dure battaglie. Loro ora sono cinquanta anni indietro, ma presto somiglieranno a noi. Si tratta di dinamiche molto interessanti. La vera questione è chiedersi se davvero la nostra attuale emancipazione corrisponda a un miglioramento delle condizioni generali…».
Per chiudere: dopo il successo di “Una madre lo sa”, ha intenzione di pubblicare a breve un nuovo libro?
«Sì. E parlerà sicuramente di donne. Forse proprio sviluppando alcuni dei temi affrontati in questa intervista».
INTERVISTA A CONCITA DE GREGORIO,
AUTRICE DI “UNA MADRE LO SA

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